mercoledì 6 maggio 2009
Le donne in politica, io le vorrei perché...
Sondaggio pubblicato da Alice on line 455 su voti raccolti
- 24.8% Le decisioni politiche sarebbero più equilibrate
- 15.8% Non è importante il sesso di chi ci rappresenta
- 13.1% Sanno fare più cose contemporaneamente
- 12.7% Costituiscono il 51% degli italiani
- 12.0% Sono più informate sui problemi della vita quotidiana
- 9.4% Sono meno corruttibili
- 9.0% Finalmente verrebbero ascoltate le esigenze delle donne
- 3.2% Sono naturalmente meno violente
Partecipa anche tu al nostro sondaggio! (vedi alla tua destra)
- 24.8% Le decisioni politiche sarebbero più equilibrate
- 15.8% Non è importante il sesso di chi ci rappresenta
- 13.1% Sanno fare più cose contemporaneamente
- 12.7% Costituiscono il 51% degli italiani
- 12.0% Sono più informate sui problemi della vita quotidiana
- 9.4% Sono meno corruttibili
- 9.0% Finalmente verrebbero ascoltate le esigenze delle donne
- 3.2% Sono naturalmente meno violente
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martedì 5 maggio 2009
Quote di genere
Perchè si ritiene che sia necessario che vi sia una maggiore presenza femminile o addirittura uguale presenza di uomini e donne nei parlamenti?
Cosa sono le quote rosa?
Non si può fare a meno di loro?
E poi, ma le donne sono davvero interessate a fare politica?
Più donne di colpo in parlamento non porterebbero forse ad un impoverimento della politica?
E' vero o no che una volta in politica le donne devono trasformarsi in "uomini"? Perchè una donna dovrebbe rappresentarmi meglio di un uomo?
Qual è il paese in cui vi sono più donne in parlamento?
Quali partiti generalmente candidano più donne?
Che rapporto vi è stato tra le donne e i partiti politici italiani dal dopoguerra ad oggi?
Perchè molte storiche intellettuali femministe sono contrarie alle quote?
E' giusto fissare un 30%, un 20% o un 50%?
Il tema, la rappresentanza delle donne in politica, che tocca da vicino tutti gli stati del pianeta. Facendo riferimento in particolare agli articoli pubblicati in lingua inglese da Drude Dahlerup, una delle maggiori esperte dell'argomento a livello mondiale, una studiosa che ha dedicato la sua esistenza ai temi della rappresentanza femminile in politica. I suoi articoli e mille altre informazioni possono essere trovati nei siti www.idea.int e www.quotaproject.org.
Intanto facciamo chiarezza, con un breve approfondimento sul tema delle quote rosa.
Le quote cosiddette "rosa" (solo in Italia si chiamano così...negli altri paesi sono chiamate "quote di genere") sono delle regole legali (costituzionali o legislative) o delle disposizioni interne agli statuti dei partiti, che fissano un minimo di donne o una proporzione da rispettare per entrambi i sessi nel momento in cui vengono costituite le liste elettorali.
Sebbene molto discusse, le quote stanno venendo introdotte in un numero crescente di paesi in tutto il mondo. Più di 30 paesi hanno introdotto quote di genere per le elezioni nazionali, modificando la propria costituzione o la propria legge elettorale. In più di 50 paesi le quote sono invece inserite solo negli statuti dei partiti, spesso chiedendo che almeno il 30% dei candidati siano donne.
Questi sviluppi stanno suscitando molte domande e a dire il vero anche molti dubbi da parte sia degli/lle studiose che dell'opinione pubblica...
Spesso nella letteratura internazionale che tratta di donne e politica si sostiene che la rappresentanza politica femminile abbia raggiunto il suo punto più alto nei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) proprio grazie all'uso delle quote. Questo però non è del tutto vero. In primo luogo, non ci sono mai state quote nelle leggi elettorali dei paesi scandinavi, ma solo all'interno degli statuti dei partiti. Secondo, solo alcuni partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote nei loro statuti, mentre altri non le hanno mai avute. Terzo, la Danimarca, il secondo paese per rappresentanza femminile al mondo, non ha alcun tipo di quota. Ancora più importante, i partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote negli anni '80, quando le donne occupavano già il 20-30% dei seggi in paelamento (la percentuale già più alta dell'epoca). Il vero decollo della rappresentanza politica delle donne nei paesi scandinavi è avvenuta negli anni '70: molto prima dell'introduzione di qualsiasi quota.
Il ragionamento sui paesi scandinavi portava quindi a pensare che ci voleva potere per mettere al potere le donne attraverso le quote. Si presumeva che l'introduzione di un sistema di quote, se non impossibile era per lo meno molto difficile, se le donne non avevano già una solida base di potere in parlamento, (poiché solitamente la resistenza a questo tipo di misure positive è molto forte da parte dei parlamentari uomini - vedi il caso italiano).
Nei paesi scandinavi le quote erano state considerate come un atto critico fatto da un 'grande minoranza' di donne al fine di consolidare la propria presenza e fare più spazio per altre donne. I paesi scandinavi avevano messo in pratica la cosiddetta 'via incrementale' verso la eguale rappresentanza politica tra uomini e donne. Ci vollero circa 60 anni, dal momento della concessione del voto alle donne, perchè Danimarca, Norvegia e Svezia raggiungessero il 20% di donne in parlamento e 70 anni perchè si raggiungesse il 30%.
Oggi, movimenti di donne in tutto il mondo esprimono a gran voce la propria non disponibilità ad aspettare tanto a lungo. Vogliono la parità e la vogliono adesso. I nuovi sviluppi a cui stiamo assistendo sono questi: anche in paesi dove la rappresentanza femminile è minima oggi vengono introdotte le quote. E le donne stanno facendo passi da gigante in termini di rappresentanza in parlamento. In Costa Rica le donne sono passate dal 19% al 35% in una sola elezione. In Sud Africa, nella prima elezione nazionale le donne arrivarono subito al 36%, grazie alle quote. Solo negli ultimi dieci anni, in tutto il mondo la partecipazione politica delle donne è aumentata in media di quasi il 10% . Per questo risultato, devono essere ringraziati soprattutto i paesi che hanno introdotto le quote.
Cosa sono le quote rosa?
Non si può fare a meno di loro?
E poi, ma le donne sono davvero interessate a fare politica?
Più donne di colpo in parlamento non porterebbero forse ad un impoverimento della politica?
E' vero o no che una volta in politica le donne devono trasformarsi in "uomini"? Perchè una donna dovrebbe rappresentarmi meglio di un uomo?
Qual è il paese in cui vi sono più donne in parlamento?
Quali partiti generalmente candidano più donne?
Che rapporto vi è stato tra le donne e i partiti politici italiani dal dopoguerra ad oggi?
Perchè molte storiche intellettuali femministe sono contrarie alle quote?
E' giusto fissare un 30%, un 20% o un 50%?
Il tema, la rappresentanza delle donne in politica, che tocca da vicino tutti gli stati del pianeta. Facendo riferimento in particolare agli articoli pubblicati in lingua inglese da Drude Dahlerup, una delle maggiori esperte dell'argomento a livello mondiale, una studiosa che ha dedicato la sua esistenza ai temi della rappresentanza femminile in politica. I suoi articoli e mille altre informazioni possono essere trovati nei siti www.idea.int e www.quotaproject.org.
Intanto facciamo chiarezza, con un breve approfondimento sul tema delle quote rosa.
Le quote cosiddette "rosa" (solo in Italia si chiamano così...negli altri paesi sono chiamate "quote di genere") sono delle regole legali (costituzionali o legislative) o delle disposizioni interne agli statuti dei partiti, che fissano un minimo di donne o una proporzione da rispettare per entrambi i sessi nel momento in cui vengono costituite le liste elettorali.
Sebbene molto discusse, le quote stanno venendo introdotte in un numero crescente di paesi in tutto il mondo. Più di 30 paesi hanno introdotto quote di genere per le elezioni nazionali, modificando la propria costituzione o la propria legge elettorale. In più di 50 paesi le quote sono invece inserite solo negli statuti dei partiti, spesso chiedendo che almeno il 30% dei candidati siano donne.
Questi sviluppi stanno suscitando molte domande e a dire il vero anche molti dubbi da parte sia degli/lle studiose che dell'opinione pubblica...
Spesso nella letteratura internazionale che tratta di donne e politica si sostiene che la rappresentanza politica femminile abbia raggiunto il suo punto più alto nei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) proprio grazie all'uso delle quote. Questo però non è del tutto vero. In primo luogo, non ci sono mai state quote nelle leggi elettorali dei paesi scandinavi, ma solo all'interno degli statuti dei partiti. Secondo, solo alcuni partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote nei loro statuti, mentre altri non le hanno mai avute. Terzo, la Danimarca, il secondo paese per rappresentanza femminile al mondo, non ha alcun tipo di quota. Ancora più importante, i partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote negli anni '80, quando le donne occupavano già il 20-30% dei seggi in paelamento (la percentuale già più alta dell'epoca). Il vero decollo della rappresentanza politica delle donne nei paesi scandinavi è avvenuta negli anni '70: molto prima dell'introduzione di qualsiasi quota.
Il ragionamento sui paesi scandinavi portava quindi a pensare che ci voleva potere per mettere al potere le donne attraverso le quote. Si presumeva che l'introduzione di un sistema di quote, se non impossibile era per lo meno molto difficile, se le donne non avevano già una solida base di potere in parlamento, (poiché solitamente la resistenza a questo tipo di misure positive è molto forte da parte dei parlamentari uomini - vedi il caso italiano).
Nei paesi scandinavi le quote erano state considerate come un atto critico fatto da un 'grande minoranza' di donne al fine di consolidare la propria presenza e fare più spazio per altre donne. I paesi scandinavi avevano messo in pratica la cosiddetta 'via incrementale' verso la eguale rappresentanza politica tra uomini e donne. Ci vollero circa 60 anni, dal momento della concessione del voto alle donne, perchè Danimarca, Norvegia e Svezia raggiungessero il 20% di donne in parlamento e 70 anni perchè si raggiungesse il 30%.
Oggi, movimenti di donne in tutto il mondo esprimono a gran voce la propria non disponibilità ad aspettare tanto a lungo. Vogliono la parità e la vogliono adesso. I nuovi sviluppi a cui stiamo assistendo sono questi: anche in paesi dove la rappresentanza femminile è minima oggi vengono introdotte le quote. E le donne stanno facendo passi da gigante in termini di rappresentanza in parlamento. In Costa Rica le donne sono passate dal 19% al 35% in una sola elezione. In Sud Africa, nella prima elezione nazionale le donne arrivarono subito al 36%, grazie alle quote. Solo negli ultimi dieci anni, in tutto il mondo la partecipazione politica delle donne è aumentata in media di quasi il 10% . Per questo risultato, devono essere ringraziati soprattutto i paesi che hanno introdotto le quote.
lunedì 4 maggio 2009
Crisi : nel 2009 le donne disoccupate nel mondo potrebbero essere 22 milioni

Potrebbero essere le donne a pagare il prezzo piu' alto, in tema di disoccupazione, a causa della crisi economica globale: nel 2009 il numero delle donne disoccupate potrebbe salire di altri 22 milioni, fino a raggiungere un tasso di senza lavoro del 7,4%, contro il 7% maschile. Peraltro, la crisi mondiale dell'occupazione potrebbe peggiorare con l'aggravarsi della recessione nel 2009. La previsione emerge dal Rapporto annuale dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) sulle tendenze globali dell'occupazione femminile, pubblicato oggi in vista della giornata internazionale delle donne che sara' celebrata domani nella sede dell'Ilo a Ginevra. Secondo le proiezioni del rapporto, per il 2009 e' prevista una contrazione del mercato del lavoro globale sia per gli uomini che per le donne.
L'Ilo stima che il tasso di disoccupazione globale potrebbe attestarsi fra il 6,3% e il 7,1%, con un tasso di disoccupazione femminile fra il 6,5% ed il 7,4% e per gli uomini fra il 6,1% ed il 7%. Cio' si tradurrebbe in un aumento di ulteriori disoccupati nel mondo tra i 24 e i 52 milioni, e di questi dai 10 ai 22 milioni sarebbero donne. La crisi economica mondiale, secondo l'Ilo, "creera' nuovi ostacoli nel percorso verso una crescita sostenibile e socialmente giusta, rendendo piu' difficile per le donne l'accesso al lavoro dignitoso": per questo l'organizzazione internazionale sul lavoro lancia un appello per la ricerca di "soluzioni creative" per affrontare la disuguaglianza. Il rapporto ricorda che nel 2008, su 3 miliardi di persone che lavoravano nel mondo 1,2 miliardi erano donne (40,4%), e che l'impatto della crisi rischia di essere piu' nefasto per il tasso di disoccupazione femminile in gran parte delle regioni del mondo, e soprattutto in America Latina e nei Caraibi.
Le uniche regioni in cui il tasso di disoccupazione dovrebbe essere meno negativo per le donne sono l'Asia orientale, le economie industrializzate, i Paesi del sud-est Europeo (non Ue) e la Csi (Comunita' degli stati indipendenti) in cui le disuguaglianze di genere erano minori, in termini di opportunita' di lavoro, gia' prima della crisi attuale. L'Ilo prevede anche che quest'anno il tasso globale di posti di lavoro vulnerabili possa variare dal 50,5% al 54,7% per le donne, contro il 47,2% e 51,8% per gli uomini. "Tasso di occupazione piu' basso, minor controllo sulla proprieta' e sulle risorse, maggiore concentrazione in forme di occupazione informali e vulnerabili con basse retribuzioni e scarsa protezione sociale, mettono le donne in una posizione piu' debole rispetto agli uomini nell'affrontare la crisi", ha detto Jan Hodges, direttrice dell'ufficio Ilo per l'uguaglianza di genere, aggiungendo che "le donne possono far fronte a questa situazione lavorando piu' ore o facendo molteplici lavori a basso reddito, ma devono comunque far fronte agli impegni domestici non retribuiti".
Fra le misure politiche che potrebbero contribuire a riequilibrare il carico che pesa sulle donne e a far fronte alle conseguenze della globalizzazione, il direttore generale dell'Ilo, Juan Somavia, ha indicato "l'accesso a lavori sostenibili e di qualita' sia per gli uomini che per le donne, l'estensione della protezione sociale fra cui i sussidi di disoccupazione, e schemi assicurativi che riconoscano la posizione vulnerabile delle donne nel mercato del lavoro, un dialogo sociale con la partecipazione attiva delle donne nei processi decisionali". (Ansa).
domenica 8 marzo 2009
Donne, ma quale festa?

Se la parità è ancora un miraggio, per il momento si celebra il rito consumistico tra mimose, cene tra amiche e spogliarelli. Ma che c'avremo da festeggiare noi donne? Tutto il giorno a lavorare, spesso il doppio degli uomini per far capire al capo (uomo) che non siamo delle minus habens. E una volta tornate a casa di stendersi sul divano almeno 5 minuti non se ne parla. Varcata la soglia del «focolare domestico» inizia il doppio lavoro per nulla remunerato e assai faticoso. Elmetto in testa e spray urticante in mano, poi, quando usciamo per strada. Che la violenza, lo stalking, sono sempre dietro l'angolo. I carnefici agli arresti domiciliari o, peggio, liberi. Le vittime con la vita distrutta.
Ci dite cosa ce ne facciamo di tutte queste mimose che ci vengono offerte dall'altra metà del mondo il giorno dell'8 marzo? A maggior ragione ora che ci vengono a dire che dobbiamo lavorare sino a 65 anni, senza tener conto che la giornata delle donne dura ben più di 24 ore... Dovremmo fare un manifesto, allora, delle parole del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni che la festa della donna vuol sostituire con la più moderna e sensata «festa del merito e della solidarietà tra uomini e donne». Allora addio mimose, scegliamoci pure un altro fiore magari meno «invadente» in quanto a profumo. E tra una cena con le amiche e uno spogliarello maschile (ahimé), come dice ancora la Meloni: evitiamo di «cadere nella trappola di omologarci agli uomini» sulla strada dell'emancipazione.
Siamo troppo poche nei posti che contano, è vero. E l'ha sottolineato anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri al Quirinale in occasione della celebrazione dell'8 marzo che ha visto, tra l'altro un cambio della guardia tutto al femminile. La violenza sessuale contro le donne è un'infamia. A prescindere da quale sia la nazionalità del carnefice o della vittima. E la lotta per difendere i diritti dell'universo femminile va combattuta nel rispetto della Costituzione. Così ha parlato il Capo dello Stato aggiungendo che è grazie alla Costituzione che «i valori più preziosi per le donne» come l'emancipazione, la libertà, l'uguaglianza e il pieno riconoscimento dei meriti sono diventati principi e poi diritti.
È vero, ammette Napolitano, che si stanno facendo «passi in avanti nel reagire ad ogni sorta di violenza contro le donne e ad ogni sorta di pratica lesiva della loro dignità», le donne, comunque, sottolinea il Presidente, non sono solo vittime di violenze, stupri, molestie e vessazioni, ma anche di disparità di trattamento sul lavoro e da un punto di vista salariale. E in un momento come questo della crisi finanziaria ed economica, «che dà segni piuttosto di ulteriore aggravamento che non di allentamento», «non possiamo non chiederci quanto rischi di essere particolarmente colpito il lavoro femminile: tema sul quale ancora non si vede concentrarsi abbastanza l'attenzione, la riflessione e l'impegno».
Non vogliamo pensare, però, nel prossimo futuro, di leggere dati statistici a conferma del fatto che se c'è da tagliare, le prime a saltare possano essere le donne. Sul fronte violenza, intanto, che sta diventando negli ultimi tempi, caldissimo, soprattutto nelle grandi città, quest'anno la Giornata internazionale della donna Unicef si occupa proprio del problema che «disonora il mondo: ogni giorno le donne e le ragazze affrontano violenze domestiche, sfruttamento e abuso sessuale, la tratta di esseri umani», dice il direttore generale dell'agenzia Onu Ann M. Veneman che aggiunge: «questi crimini restano impuniti». Lasciateci dire che la vera mimosa, da parte dell'universo maschile, sarebbe quella di sotterrare l'ascia di guerra e smettere di usare ogni tipo di violenza nei riguardi delle donne.
martedì 3 marzo 2009
Alcune cifre…
Al centro della campagna, lanciata nel contesto dell’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, per sensibilizzare al problema della disparità salariale, discuterne le cause e i modi di risolverlo, c’è il semplice concetto di “stesso guadagno per un lavoro dello stesso valore”. La Commissione europea ha lanciato questa campagna in tutta l’UE contro le disparità retributive tra uomini e donne. Complessivamente, nell’intera economia europea, le donne guadagnano in media il 17,4% in meno degli uomini.
“La disparità retributiva tra i sessi ha svariate cause e richiede soluzioni a più livelli. Per affrontarla occorrono iniziative in tutti le direzioni e l’impegno di tutte le parti interessate, dai datori di lavoro e dai sindacati alle autorità nazionali e ai singoli cittadini. La campagna mira a informare sui motivi per cui le donne in Europa continuano a guadagnare meno degli uomini (e in misura così ampia) e su quanto è possibile fare in proposito” ha affermato Vladimír Špidla commissario UE alle pari opportunità. Ed ha aggiunto: “In questo momento della nostra vita economica, la parità tra uomini e donne è più importante che mai. Solo se raccogliamo il potenziale di tutti i nostri talenti possiamo fare fronte alla crisi”.
Lo stesso salario per lo stesso lavoro è uno dei principi fondanti dell’Unione europea. Sancito dal trattato di Roma del 1957, era già stato al centro di una direttiva del 1975 che proibiva qualsiasi discriminazione tra uomini e donne in tutti gli aspetti legati alla retribuzione per lo stesso lavoro o per un lavoro avente lo stesso valore. Grazie all’efficacia della legislazione europea e nazionale sulla parità salariale sono perciò diminuiti i casi “semplici e visibili” di discriminazione diretta, come le differenze salariali tra uomini e donne che svolgono esattamente lo stesso lavoro, hanno esperienza e competenze identiche e danno le stesse prestazioni. Ma perché, allora, nella UE esiste sempre una disparità retributiva del 17,4%?
La disparità retributiva tra i sessi è la differenza tra la retribuzione media oraria delle donne e quella degli uomini, prima delle imposte, nell’insieme dell’economia. Essa riflette le discriminazioni e le disuguaglianze attualmente esistenti sul mercato del lavoro e che, di fatto, colpiscono soprattutto le donne. Spesso, ad esempio, il lavoro delle donne è visto come meno prezioso del lavoro degli uomini e spesso le donne lavorano in settori le cui retribuzioni sono, in media, inferiori a quelle dei settori in cui lavorano gli uomini: le cassiere di un supermercato guadagnano di solito meno dei colleghi magazzinieri.
La disparità salariale, riducendo reddito e pensioni durante la vita attiva delle donne, causa poi povertà in età avanzata. Il 21% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
La campagna mira a rendere più consapevoli di questa disparità e dei modi per affrontarla.
Per raggiungere cittadini, datori di lavoro e lavoratori, la campagna promuoverà pratiche esemplari che abbiano affrontata in Europa la disparità salariale e distribuirà una “cassetta degli attrezzi” della campagna destinata a datori di lavoro e sindacati, a livello nazionale ed europeo. Altre iniziative riguarderanno il lancio di un sito Web, la pubblicità sulla stampa europea e la diffusione di manifesti.
Essa è un risultato della comunicazione sulla politica della Commissione del 2007 nel campo della disparità retributiva che ne analizzò le cause e individuò una serie di linee di condotta a livello UE. La comunicazione sottolineava la necessità di una sensibilizzazione nel campo della disparità retributiva e dei modi per combatterla agendo a tutti i livelli, insieme a tutte le parti interessate ed esaminando ogni possibile contributo.
Relazione annuale sulla parità
La relazione del 2009 sulla parità tra le donne e gli uomini – anch’essa presentata oggi dalla Commissione europea - conferma che nonostante taluni progressi in materia di pari opportunità, permangono lacune significative in vari settori. Pur aumentando costantemente il tasso d’occupazione femminile negli ultimi anni (58,3%, contro il 72,5% per gli uomini), le donne lavorano a orario ridotto più spesso degli uomini (31,2%, contro 7,7% per gli uomini) e predominano in settori in cui i salari sono inferiori (oltre il 40% delle donne lavora nella sanità, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione – il doppio degli uomini). Le donne rappresentano però il 59% di tutti i nuovi laureati.
Donne e uomini nel processo decisionale
Intanto, una nuova indagine effettuata per la Commissione conferma che le donne sono drammaticamente sottorappresentate nei vertici decisionali dell’economia e della politica europea. Le banche centrali di tutti i 27 Stati membri dell’UE hanno un governatore maschio. La sottorappresentazione delle donne ai livelli superiori è aumentata nelle grandi imprese: lì, quasi il 90% dei membri dei consigli di amministrazione delle principali imprese (le “blue-chip” dei listini di borsa) sono uomini - cifra a mala pena migliorata negli ultimi anni.
La percentuale delle donne tra i membri dei Parlamenti nazionali (Camera unica/bassa) è aumentata della metà circa nell’ultimo decennio (dal 16% nel 1997 al 24% nel 2008). Il Parlamento europeo è appena sopra questa cifra (31% di donne). Nei governi nazionali, la proporzione tra ministri uomini e ministri donne è in media di 3 a 1 (donne 25%, uomini 75%).
“La disparità retributiva tra i sessi ha svariate cause e richiede soluzioni a più livelli. Per affrontarla occorrono iniziative in tutti le direzioni e l’impegno di tutte le parti interessate, dai datori di lavoro e dai sindacati alle autorità nazionali e ai singoli cittadini. La campagna mira a informare sui motivi per cui le donne in Europa continuano a guadagnare meno degli uomini (e in misura così ampia) e su quanto è possibile fare in proposito” ha affermato Vladimír Špidla commissario UE alle pari opportunità. Ed ha aggiunto: “In questo momento della nostra vita economica, la parità tra uomini e donne è più importante che mai. Solo se raccogliamo il potenziale di tutti i nostri talenti possiamo fare fronte alla crisi”.
Lo stesso salario per lo stesso lavoro è uno dei principi fondanti dell’Unione europea. Sancito dal trattato di Roma del 1957, era già stato al centro di una direttiva del 1975 che proibiva qualsiasi discriminazione tra uomini e donne in tutti gli aspetti legati alla retribuzione per lo stesso lavoro o per un lavoro avente lo stesso valore. Grazie all’efficacia della legislazione europea e nazionale sulla parità salariale sono perciò diminuiti i casi “semplici e visibili” di discriminazione diretta, come le differenze salariali tra uomini e donne che svolgono esattamente lo stesso lavoro, hanno esperienza e competenze identiche e danno le stesse prestazioni. Ma perché, allora, nella UE esiste sempre una disparità retributiva del 17,4%?
La disparità retributiva tra i sessi è la differenza tra la retribuzione media oraria delle donne e quella degli uomini, prima delle imposte, nell’insieme dell’economia. Essa riflette le discriminazioni e le disuguaglianze attualmente esistenti sul mercato del lavoro e che, di fatto, colpiscono soprattutto le donne. Spesso, ad esempio, il lavoro delle donne è visto come meno prezioso del lavoro degli uomini e spesso le donne lavorano in settori le cui retribuzioni sono, in media, inferiori a quelle dei settori in cui lavorano gli uomini: le cassiere di un supermercato guadagnano di solito meno dei colleghi magazzinieri.
La disparità salariale, riducendo reddito e pensioni durante la vita attiva delle donne, causa poi povertà in età avanzata. Il 21% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
La campagna mira a rendere più consapevoli di questa disparità e dei modi per affrontarla.
Per raggiungere cittadini, datori di lavoro e lavoratori, la campagna promuoverà pratiche esemplari che abbiano affrontata in Europa la disparità salariale e distribuirà una “cassetta degli attrezzi” della campagna destinata a datori di lavoro e sindacati, a livello nazionale ed europeo. Altre iniziative riguarderanno il lancio di un sito Web, la pubblicità sulla stampa europea e la diffusione di manifesti.
Essa è un risultato della comunicazione sulla politica della Commissione del 2007 nel campo della disparità retributiva che ne analizzò le cause e individuò una serie di linee di condotta a livello UE. La comunicazione sottolineava la necessità di una sensibilizzazione nel campo della disparità retributiva e dei modi per combatterla agendo a tutti i livelli, insieme a tutte le parti interessate ed esaminando ogni possibile contributo.
Relazione annuale sulla parità
La relazione del 2009 sulla parità tra le donne e gli uomini – anch’essa presentata oggi dalla Commissione europea - conferma che nonostante taluni progressi in materia di pari opportunità, permangono lacune significative in vari settori. Pur aumentando costantemente il tasso d’occupazione femminile negli ultimi anni (58,3%, contro il 72,5% per gli uomini), le donne lavorano a orario ridotto più spesso degli uomini (31,2%, contro 7,7% per gli uomini) e predominano in settori in cui i salari sono inferiori (oltre il 40% delle donne lavora nella sanità, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione – il doppio degli uomini). Le donne rappresentano però il 59% di tutti i nuovi laureati.
Donne e uomini nel processo decisionale
Intanto, una nuova indagine effettuata per la Commissione conferma che le donne sono drammaticamente sottorappresentate nei vertici decisionali dell’economia e della politica europea. Le banche centrali di tutti i 27 Stati membri dell’UE hanno un governatore maschio. La sottorappresentazione delle donne ai livelli superiori è aumentata nelle grandi imprese: lì, quasi il 90% dei membri dei consigli di amministrazione delle principali imprese (le “blue-chip” dei listini di borsa) sono uomini - cifra a mala pena migliorata negli ultimi anni.
La percentuale delle donne tra i membri dei Parlamenti nazionali (Camera unica/bassa) è aumentata della metà circa nell’ultimo decennio (dal 16% nel 1997 al 24% nel 2008). Il Parlamento europeo è appena sopra questa cifra (31% di donne). Nei governi nazionali, la proporzione tra ministri uomini e ministri donne è in media di 3 a 1 (donne 25%, uomini 75%).
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