mercoledì 6 maggio 2009

Le donne in politica, io le vorrei perché...

Sondaggio pubblicato da Alice on line 455 su voti raccolti

- 24.8% Le decisioni politiche sarebbero più equilibrate
- 15.8% Non è importante il sesso di chi ci rappresenta
- 13.1% Sanno fare più cose contemporaneamente
- 12.7% Costituiscono il 51% degli italiani
- 12.0% Sono più informate sui problemi della vita quotidiana
- 9.4% Sono meno corruttibili
- 9.0% Finalmente verrebbero ascoltate le esigenze delle donne
- 3.2% Sono naturalmente meno violente

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martedì 5 maggio 2009

Quote di genere

Perchè si ritiene che sia necessario che vi sia una maggiore presenza femminile o addirittura uguale presenza di uomini e donne nei parlamenti?
Cosa sono le quote rosa?
Non si può fare a meno di loro?
E poi, ma le donne sono davvero interessate a fare politica?
Più donne di colpo in parlamento non porterebbero forse ad un impoverimento della politica?
E' vero o no che una volta in politica le donne devono trasformarsi in "uomini"? Perchè una donna dovrebbe rappresentarmi meglio di un uomo?
Qual è il paese in cui vi sono più donne in parlamento?
Quali partiti generalmente candidano più donne?
Che rapporto vi è stato tra le donne e i partiti politici italiani dal dopoguerra ad oggi?
Perchè molte storiche intellettuali femministe sono contrarie alle quote?
E' giusto fissare un 30%, un 20% o un 50%?

Il tema, la rappresentanza delle donne in politica, che tocca da vicino tutti gli stati del pianeta. Facendo riferimento in particolare agli articoli pubblicati in lingua inglese da Drude Dahlerup, una delle maggiori esperte dell'argomento a livello mondiale, una studiosa che ha dedicato la sua esistenza ai temi della rappresentanza femminile in politica. I suoi articoli e mille altre informazioni possono essere trovati nei siti www.idea.int e www.quotaproject.org.
Intanto facciamo chiarezza, con un breve approfondimento sul tema delle quote rosa.

Le quote cosiddette "rosa" (solo in Italia si chiamano così...negli altri paesi sono chiamate "quote di genere") sono delle regole legali (costituzionali o legislative) o delle disposizioni interne agli statuti dei partiti, che fissano un minimo di donne o una proporzione da rispettare per entrambi i sessi nel momento in cui vengono costituite le liste elettorali.
Sebbene molto discusse, le quote stanno venendo introdotte in un numero crescente di paesi in tutto il mondo. Più di 30 paesi hanno introdotto quote di genere per le elezioni nazionali, modificando la propria costituzione o la propria legge elettorale. In più di 50 paesi le quote sono invece inserite solo negli statuti dei partiti, spesso chiedendo che almeno il 30% dei candidati siano donne.
Questi sviluppi stanno suscitando molte domande e a dire il vero anche molti dubbi da parte sia degli/lle studiose che dell'opinione pubblica...

Spesso nella letteratura internazionale che tratta di donne e politica si sostiene che la rappresentanza politica femminile abbia raggiunto il suo punto più alto nei paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) proprio grazie all'uso delle quote. Questo però non è del tutto vero. In primo luogo, non ci sono mai state quote nelle leggi elettorali dei paesi scandinavi, ma solo all'interno degli statuti dei partiti. Secondo, solo alcuni partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote nei loro statuti, mentre altri non le hanno mai avute. Terzo, la Danimarca, il secondo paese per rappresentanza femminile al mondo, non ha alcun tipo di quota. Ancora più importante, i partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote negli anni '80, quando le donne occupavano già il 20-30% dei seggi in paelamento (la percentuale già più alta dell'epoca). Il vero decollo della rappresentanza politica delle donne nei paesi scandinavi è avvenuta negli anni '70: molto prima dell'introduzione di qualsiasi quota.

Il ragionamento sui paesi scandinavi portava quindi a pensare che ci voleva potere per mettere al potere le donne attraverso le quote. Si presumeva che l'introduzione di un sistema di quote, se non impossibile era per lo meno molto difficile, se le donne non avevano già una solida base di potere in parlamento, (poiché solitamente la resistenza a questo tipo di misure positive è molto forte da parte dei parlamentari uomini - vedi il caso italiano).

Nei paesi scandinavi le quote erano state considerate come un atto critico fatto da un 'grande minoranza' di donne al fine di consolidare la propria presenza e fare più spazio per altre donne. I paesi scandinavi avevano messo in pratica la cosiddetta 'via incrementale' verso la eguale rappresentanza politica tra uomini e donne. Ci vollero circa 60 anni, dal momento della concessione del voto alle donne, perchè Danimarca, Norvegia e Svezia raggiungessero il 20% di donne in parlamento e 70 anni perchè si raggiungesse il 30%.

Oggi, movimenti di donne in tutto il mondo esprimono a gran voce la propria non disponibilità ad aspettare tanto a lungo. Vogliono la parità e la vogliono adesso. I nuovi sviluppi a cui stiamo assistendo sono questi: anche in paesi dove la rappresentanza femminile è minima oggi vengono introdotte le quote. E le donne stanno facendo passi da gigante in termini di rappresentanza in parlamento. In Costa Rica le donne sono passate dal 19% al 35% in una sola elezione. In Sud Africa, nella prima elezione nazionale le donne arrivarono subito al 36%, grazie alle quote. Solo negli ultimi dieci anni, in tutto il mondo la partecipazione politica delle donne è aumentata in media di quasi il 10% . Per questo risultato, devono essere ringraziati soprattutto i paesi che hanno introdotto le quote.

lunedì 4 maggio 2009

Crisi : nel 2009 le donne disoccupate nel mondo potrebbero essere 22 milioni

Crisi : nel 2009 le donne disoccupate nel mondo potrebbero essere 22 milioni
Potrebbero essere le donne a pagare il prezzo piu' alto, in tema di disoccupazione, a causa della crisi economica globale: nel 2009 il numero delle donne disoccupate potrebbe salire di altri 22 milioni, fino a raggiungere un tasso di senza lavoro del 7,4%, contro il 7% maschile. Peraltro, la crisi mondiale dell'occupazione potrebbe peggiorare con l'aggravarsi della recessione nel 2009. La previsione emerge dal Rapporto annuale dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) sulle tendenze globali dell'occupazione femminile, pubblicato oggi in vista della giornata internazionale delle donne che sara' celebrata domani nella sede dell'Ilo a Ginevra. Secondo le proiezioni del rapporto, per il 2009 e' prevista una contrazione del mercato del lavoro globale sia per gli uomini che per le donne.

L'Ilo stima che il tasso di disoccupazione globale potrebbe attestarsi fra il 6,3% e il 7,1%, con un tasso di disoccupazione femminile fra il 6,5% ed il 7,4% e per gli uomini fra il 6,1% ed il 7%. Cio' si tradurrebbe in un aumento di ulteriori disoccupati nel mondo tra i 24 e i 52 milioni, e di questi dai 10 ai 22 milioni sarebbero donne. La crisi economica mondiale, secondo l'Ilo, "creera' nuovi ostacoli nel percorso verso una crescita sostenibile e socialmente giusta, rendendo piu' difficile per le donne l'accesso al lavoro dignitoso": per questo l'organizzazione internazionale sul lavoro lancia un appello per la ricerca di "soluzioni creative" per affrontare la disuguaglianza. Il rapporto ricorda che nel 2008, su 3 miliardi di persone che lavoravano nel mondo 1,2 miliardi erano donne (40,4%), e che l'impatto della crisi rischia di essere piu' nefasto per il tasso di disoccupazione femminile in gran parte delle regioni del mondo, e soprattutto in America Latina e nei Caraibi.

Le uniche regioni in cui il tasso di disoccupazione dovrebbe essere meno negativo per le donne sono l'Asia orientale, le economie industrializzate, i Paesi del sud-est Europeo (non Ue) e la Csi (Comunita' degli stati indipendenti) in cui le disuguaglianze di genere erano minori, in termini di opportunita' di lavoro, gia' prima della crisi attuale. L'Ilo prevede anche che quest'anno il tasso globale di posti di lavoro vulnerabili possa variare dal 50,5% al 54,7% per le donne, contro il 47,2% e 51,8% per gli uomini. "Tasso di occupazione piu' basso, minor controllo sulla proprieta' e sulle risorse, maggiore concentrazione in forme di occupazione informali e vulnerabili con basse retribuzioni e scarsa protezione sociale, mettono le donne in una posizione piu' debole rispetto agli uomini nell'affrontare la crisi", ha detto Jan Hodges, direttrice dell'ufficio Ilo per l'uguaglianza di genere, aggiungendo che "le donne possono far fronte a questa situazione lavorando piu' ore o facendo molteplici lavori a basso reddito, ma devono comunque far fronte agli impegni domestici non retribuiti".
Fra le misure politiche che potrebbero contribuire a riequilibrare il carico che pesa sulle donne e a far fronte alle conseguenze della globalizzazione, il direttore generale dell'Ilo, Juan Somavia, ha indicato "l'accesso a lavori sostenibili e di qualita' sia per gli uomini che per le donne, l'estensione della protezione sociale fra cui i sussidi di disoccupazione, e schemi assicurativi che riconoscano la posizione vulnerabile delle donne nel mercato del lavoro, un dialogo sociale con la partecipazione attiva delle donne nei processi decisionali". (Ansa).